Altra Italia


Nei mesi scorsi, abbiamo chiesto a Carlo Flamigni, Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università di Bologna, di aiutarci ad organizzare una prima uscita pubblica del Circolo UAAR di Ferrara.

 

Grazie alla sua gentile collaborazione, ora siamo in grado di annunciare questo primo evento:

 

 

Il controllo della Fertilità”

Professor Carlo Flamigni – Università di Bologna

Giovedì 18 Ottobre 2007 – Ore 21

Liceo Ariosto – Ferrara

 

 

Il Professor Flamigni presenterà il suo libro “Il controllo della fertilità” ed esporrà il suo punto di vista su questo tema.

 

Come potete capire, si tratterà di una importante occasione di riflessione su un problema che è destinato a diventare di importanza cruciale per la sopravvivenza della nostra specie.

 

Per informazioni, potete contattarci agli indirizzi sottostanti.

 

 

UAAR Ferrara

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

Secondo gli economisti “classici” o “neo-classici” (quelli a cui si ispirano apertamente sia George W. Bush che Silvio Berlusconi, e che sono sostanzialmente gli stessi a cui si ispiravano apertamente Benito Mussolini, Francisco Franco e Augusto Pinochet), il rapporto che esiste tra un lavoratore dipendente ed il suo datore di lavoro dovrebbe essere identico a quello che esiste tra voi ed il vostro fornaio, cioè un semplice “contratto di fornitura tra privati”.

Questa è infatti la forma contrattuale che aquisisce abitualmente il “rapporto di lavoro” in buona parte degli USA, che non a caso sono la patria stessa del neo-classicismo in economia. Negli USA, il potenziale datore di lavoro ed il potenziale dipendente si incontrano, stabiliscono liberamente i termini del loro rapporto, firmano un contratto ed iniziano a lavorare insieme. Solitamente non ci sono leggi che impongano condizioni particolari, al di fuori di un “salario minimo” orario da rispettare. Il rapporto è talmente insicuro che di solito lo stipendio viene pagato settimanalmente, non mensilmente.

Quando il datore di lavoro decide di interrompere il rapporto, si limita a recitare la famosa frase “You are fired” (o “You are sacked”), più o meno come farebbe un marito islamico per ripudiare la moglie. Se è molto magnanimo, vi concede mezz'ora per raccogliere i vostri stracci (anche per non incorrere nel reato di furto nei vostri confronti) e poi vi fa buttar fuori dalla sede aziendale dagli operatori della Security. Deve solo pagarvi per il tempo che avete lavorato per lui.

Nello stesso modo, tuttavia, il dipendente che decide di lasciare l'azienda, deve solo darne notizia al datore di lavoro, di solito con qualche giorno di anticipo. Se non avverte per tempo, perde gli ultimi giorni di paga. Fine della complessità burocratica.

Questo modo di gestire il rapporto di lavoro è il riflesso di una concezione culturale molto precisa. Per gli economisti classici (che, ricordiamolo ancora, erano tra gli ispiratori di Benito Mussolini), il dipendente deve considerarsi soddisfatto dello stipendio che percepisce in cambio del suo lavoro. Non gli è dovuto nient'altro. L'azienda appartiene unicamente al padrone, che la gestisce senza dover rendere conto di niente ai suoi dipendenti.

La storia europea dal 1945 ad oggi ha però dimostrato che le cose non sono affatto così semplici. In particolare, il lavoratore non può considerarsi completamente soddisfatto del suo stipendio come compensazione del lavoro che fornisce all'azienda. Non può esserlo perchè da quello stipendio dipende tutta la sua vita. Licenziarlo equivale a buttarlo sul lastrico, insieme alla sua familia. Il lavoro diventa quindi inevitabilmente un “bene comune”, più o meno come l'acqua che scorre dai rubinetti e l'aria che respiriamo.

Da questa visione del lavoro, inteso come risorsa comune, nasce gran parte della ideologia della sinistra e gran parte dell'azione dei sindacati. Tutto il secondo dopoguerra è sostanzialmente una lunga strada, irta di ostacoli, per arrivare ad asserire questo principio. In Italia, questa visione del lavoro come bene sociale è stata in qualche modo formalizzata con lo Statuto Dei Lavoratori, cioè la famosa Legge 300 del 20 Maggio 1970.

In Italia ed in Europa, si ritiene sostanzialmente che il lavoratore abbia il diritto, attraverso i sindacati, di vigilare sulla salute dell'impresa per cui lavora e, entro certi limiti, di intervenire sulla sua gestione. Questo diritto è la conseguenza del fatto che l'impresa, e quindi il lavoro che fornisce, rappresenta una risorsa comune, cruciale ed insostituibile, per tutti i lavoratori.

Ma dove vanno a finire i diritti dell'imprenditore? Possibile che, dopo aver investito milioni o miliardi, l'imprenditore non sia nemmeno libero di decidere in piena libertà come gestiore la sua azienda?

Siamo chiaramente di fronte ad un pesante conflitto di interessi tra le due parti. Questo conflitto di interessi è alla base del più ampio conflitto che si consuma da decenni all'interno delle nostre società tra “lavoratori” e “imprenditori”. Queste due categorie vanno accettate cum grano salis perchè tra i “lavoratori” ci sono anche i ricercatori universitari e gli stessi manager di medio e basso livello delle aziende, non solo i minatori. Sull'altro lato della barricata, molti fornai, calzolai, rappresentati, negozianti e bottegai amano considerarsi “imprenditori”.

Le leggi italiane ed europee cercano strenuamente di conciliare gli interessi di queste due parti ma, come dovrebbe essere evidente a qualunque osservatore, c'è un solo modo di risolvere realmente la questione: avere dei lavoratori che siano anche degli imprenditori. Questo è esattamente quello che avviene nelle cooperative (quelle vere, cioè quelle di “produzione e lavoro”, non le cooperative di consumatori come la Coop).

Le cooperative sono nate proprio per questo scopo ed hanno esattamente questa forma societaria: ogni “socio” deve essere anche un “lavoratore” della cooperativa. Dovrebbe bastare questo per porre fine, una volta per tutte, alle maldicenze della destra italiana a danno delle cooperative, che siano rosse, verdi o bianche.

Sfortunatamente, non tutto si può fare con delle cooperative.

Proprio per ovviare alla carenza di cooperative (e di imprenditori), soprattutto nei settori economicamente più impegnativi, molti stati europei hanno dato vita, nel secondo dopoguerra, ad una curiosa forma di “cooperativa per procura”: le grandi aziende statali come quelle dei nostri gruppi IRI ed ENI. Queste aziende erano di proprietà pubblica (statale) e sono state tenute in piedi per decenni quasi solo allo scopo di dare lavoro alla popolazione e, di conseguenza, di finanziare il consumo interno di altri beni. Al giorno d'oggi le grandi aziende statali, come era un tempo Alfa Romeo, vengono tacciate di elefantiasi e di inefficenza ma sono state proprio queste le aziende che hanno permesso all'Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale di diventare la quinta potenza economica mondiale in meno di 20 anni. Il declino economico dell'Italia è iniziato proprio in coincidenza dello smantellamento di questi colossi, nei primi anni settanta. Potete leggere “La scomparsa dell'Italia industriale” di Luciano Gallino (Einaudi) per convincervene.

Tutto questo discorso, lascia fuori una ultima categoria di “attori” della nostra vita economica: tutti coloro che non godono di un contratto da dipendente e con non possono tuttavia considerarsi degli “imprenditori”. Mi riferisco ai piccoli esercenti, ai professionisti, ai rappresentanti ed a tutto il resto del famoso “popolo delle partite IVA”, una vasta massa di persone che, con maggiore o minore fortuna, “tira a campare” senza tutele e senza garanzie. Tra questi, di recente, abbiamo dovuto annoverare anche le vittime della riforma Treu (centrosnistra) e della riforma Biagi (centrodestra).

Cosa dovrebbero pensare queste persone dei privilegi che vengono riconosciuti ai lavoratori dipendenti e che vengono a loro negati? Perchè mai dovrebbero impietosirsi per la triste sorte di una insegnante delle scuole superiori? Perchè mai dovrebbero essere disponibili a pagare delle tasse per garantire alla signora in questione dei privilegi che a loro sono negati?

Anche in questo caso, siamo di fronte ad un conflitto di interessi tra le parti. Meno ovvio e meno aspro del precedente ma pur sempre difficile da sanare.

Personalmente, credo che se si vuole affrontare seriamente il tema del lavoro, si debbano tenere presenti le seguenti linee guida.

  1. Il lavoratore dipendente deve tornare ad esercitare il suo legittimo potere di vigilanza e di partecipazione alla gestione aziendale attraverso l'azione dei sindacati. Questo è indispensabile per garantire che le aziende operino (anche) a tutela dei propri dipendenti e della intera popolazione e non solo nell'interesse degli investitori (che sono sempre più spesso stranieri). Questo ruolo dei lavoratori dovrebbe essere addirittura esteso e formalizzato da apposite leggi.
  2. L'imprenditore deve vedere riconosciuto il ruolo sociale che riveste. Come questo possa essere realizzato dovrebbe essere argomento di discussione pubblica. Non è improbabile che ne riparli io stesso su queste pagine.
  3. Il lavoratore autonomo (il titolare di una “ditta individuale”) deve ottenere diritti e garanzie paragonabili a quelle del lavoratore dipendente, a partire da uno stipendio minimo di solidarietà e da un trattamento sanitario e pensionistico decenti. Diversamente, non ci si potrà stupire se questa categorie di persone non mostrerà mai una forte inclinazione alla solidarietà sociale.
  4. Lo stato deve tornare a svolgere la sua azione di imprenditore e di datore di lavoro, come ha fatto per decenni. Era un modello di sviluppo valido e non c'è motivo di pensare che non lo possa essere ancora. Le leggi europee sull'antitrust impediscono agli stati membri di soccorrere le aziende private in difficoltà ma non impediscono agli stati di essere anche imprenditori. Molti degli stati membri sfruttano a fondo questa possibilità.

Per fare tutto questo, naturalmente ci vogliono soldi, molti soldi. Come procurarseli, a livello di nazione, sarà argomento di un prossimo articolo.

Nei giorni scorsi, IndyMedia ha fatto notare che c'è qualcosa di decisamente strano nei dati ufficiali relativi allo scrutinio delle schede elettorali. Per capire di cosa si tratta, vi prego di studiare il grafico che i volontari di IndyMedia hanno preparato. Lo trovate a questo indirizzo:

http://italy.indymedia.org/news/2006/04/1046017.php

Il problema è questo: in qualunque studio statistico affidabile, il grafico che presenta la distribuzione dei dati si presenta inizialmente molto “accidentato”, a causa dei contributi causali provenienti dal campione. Mano a mano che i dati si accumulano, il comportamento “medio” (o “collettivo”) dei dati si fa sempre più uniforme e lineare, questo perchè i dati tendono a compensarsi reciprocamente fino a “convergere” attorno loro valore medio.

Di questo comportamento statistico non c'è nessuna traccia nel grafico che mostra l'andamento delle preferenze durante lo spoglio delle schede. Si è partiti da una situazione sostanzialmente sovrapponibile ai risultati dei sondaggi degli ultimi sei mesi, e praticamente identica a quella fornita dagli exit poll e, mano a mano che lo spoglio procedeva, ci si è allontanati da questa situazione fino ad arrivare a quella finale che tutti ben conosciamo.

Vi prego di notare che non si tratta di un grafico “troppo bello per essere vero”. Si tratta di un grafico che descrive un fenomeno statistico completamente diverso da quello che era lecito e doveroso aspettarsi. Detto in modo più esplicito: in questo momento, una parte della sinistra si sta lamentando non “perchè il grafico è troppo bello” ma perchè il grafico descrive chiaramente l'effetto di una manipolazione dei dati.

Per il momento, però, continuiamo a considerare questo grafico come la testimonianza di una semplice “anomalia statistica”. Questa “anomalia statistica” è già difficile di per sé stessa da giustificare (chiedete ad amici e parenti che capiscono qualcosa di statistica per avere una conferma), ma diventa ancora più sospetta perchè si somma ad altri indizi preoccupanti. Il primo di questi indizi è il background storico-statistico con cui si è arrivati alle elezioni.

Per almeno sei mesi, tutti i sondaggi effettuati dalle agenzie specializzate per conto dei giornali hanno dato il centrosinistra di Prodi in vantaggio di circa il 5% rispetto al centrodestra di Berlusconi. Questi sondaggi sono stati effettuati nell'arco di sei mesi intervistando almeno una dozzina di diversi “panel” (gruppi di persone) composti da almeno 1000 elettori ciascuno. Questi sondaggi sono stati condotti con criteri di professionalità e serietà scientifica talmente elevati che qualcuno (giornali e partiti) è stato disposto a pagare profumatamente per averli. Tutti questi sondaggi sono stati condotti da terze parti che non avevano assolutamente nulla da guadagnare dalla vittoria dell'uno o dell'altro schieramento. E tutti questi sondaggi hanno sempre dato vincente il centrosinistra con un margine di vantaggio di circa il 5%.

Durante lo svolgimento delle elezioni, Nexus ha condotto un serissimo studio statistico su un campione di circa 60.000 elettori usando lo strumento degli exit poll. Anche questo studio è stato ritenuto talmente serio ed affidabile che qualcuno (RAI, Mediaset, il Viminale in persona, etc.) è stato disposto a pagare milioni di euro per avere questi dati. Su questo punto non c'è da stupirsi: anche se condotte su piccola scala e con criteri di campionamento statistico, gli exit poll sono sostanzialmente delle vere “seconde elezioni” di controllo. Ed anche questi dati hanno dato il centrosinistra in vantaggio per lo stesso 5% previsto per mesi da tutti i sondaggi.

Poco dopo, Nexus ha iniziato ad esaminare i dati ufficiali provenienti dai seggi. Sulla base dei primi campioni (corrispondenti a decine di migliaia di elettori), le previsioni erano ancora a vantaggio del centrosinistra per il solito 5% previsto da tutti, ma proprio tutti, gli altri studi negli ultimi sei mesi.

Alla fine, tuttavia quello che conta sono i dati ufficiali del Viminale. Stranamente, i dati del Ministero dell'Interno (Ministro Giuseppe Pisanu, Forza Italia) sono in evidente controtendenza rispetto a quelli che tutti, fino ad un istante prima, hanno ritenuto affidabili. Durante le estenuanti ore dello spoglio, il consenso del Popolo Italiano si sposta lentamente ma inesorabilmente verso il centrodestra e verso Silvio Berlusconi. Alla fine, per un pelo non vince il centrodestra. Posso solo immaginare le facce dei bookmaker inglesi ed americani che, per mesi, sulla base di studi e sondaggi di vario tipo, hanno sempre dato vincente Romano Prodi. Ed i bookmaker, lo ricordiamo, sono persone che scommettono i loro sudati euro su queste previsioni.

Si saranno sbagliati i sondaggisti? Tutti? Per mesi? Anche dopo aver avuto accesso agli exit poll ed ai primi dati ufficiali?

O non è piuttosto il caso che si sia “sbagliato” il Ministero dell'Interno? Dopotutto Giuseppe Pisanu è un esponente di Forza Italia che rischia di perdere la poltrona se vince il centrosinistra.

Si tratta, ovviamente, di un sospetto gravissimo ed infamante ma, purtroppo, il ministro stesso non ha mai fatto nulla per dissolverlo. Come ha puntualmente riportato Punto Informatico (http://punto-informatico.it/p.asp?i=58540):

Su tutte e quattro le società Diario polemizza e attacca: "Il nome più noto dell'azienda (Accenture, ndr.) è Gianmario Pisanu, partner di Accenture e figlio del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu". "Sarà l'azienda di Gianmario Pisanu – continua Diario – a inviare i dati elettorali al Viminale dove li accoglierà, paterno, Giuseppe Pisanu (candidato di Forza Italia in Puglia)".

Come se non bastasse questo bruttissimo pasticcio, il Ministro Pisanu ancora adesso, a quasi una settimana dal voto, non si è sentito in obbligo di difendere pubblicamente il suo operato e quello dei suoi uomini.

Per farla breve, il sospetto di brogli elettorali messi in atto dal centrodestra di Sivio Berlsuconi ai danni del centrosinistra di Romano Prodi è semplicemente inevitabile. Se sia anche fondato, deve deciderlo la Magistratura (attraverso il normale controllo che viene fatto sull'intero processo elettorale).

Di certo, questo sospetto sta approfondendo ed allargando ancora di più la frattura che attraversa dolorosamente il nostro paese da quando, nei primi anni '90, Silvio Berlusconi ha raccolto l'eredità della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista di Bettino Craxi.

Dopo aver visto Berlusconi all'attacco del centrosinistra per anni, con pesanti offese (“coglioni”) e drammatiche diffamazioni (“bambini bolliti”), dopo aver visto il comportamento di Berlusconi prima, durante e dopo le elezioni e dopo aver visto il grafico di IndyMedia, è inevitabile che molti di quei circa 24 milioni di Italiani che hanno votato per il centrosinistra ora debbano considerare questa destra, aggressiva e priva di scrupoli, un grave pericolo personale da cui difendersi.

Come spesso avviene in Italia, non resta che sperare nella forza e nella indipendenza della Magistratura.

Alessandro Bottoni