Secondo gli economisti “classici” o “neo-classici” (quelli a cui si ispirano apertamente sia George W. Bush che Silvio Berlusconi, e che sono sostanzialmente gli stessi a cui si ispiravano apertamente Benito Mussolini, Francisco Franco e Augusto Pinochet), il rapporto che esiste tra un lavoratore dipendente ed il suo datore di lavoro dovrebbe essere identico a quello che esiste tra voi ed il vostro fornaio, cioè un semplice “contratto di fornitura tra privati”.
Questa è infatti la forma contrattuale che aquisisce abitualmente il “rapporto di lavoro” in buona parte degli USA, che non a caso sono la patria stessa del neo-classicismo in economia. Negli USA, il potenziale datore di lavoro ed il potenziale dipendente si incontrano, stabiliscono liberamente i termini del loro rapporto, firmano un contratto ed iniziano a lavorare insieme. Solitamente non ci sono leggi che impongano condizioni particolari, al di fuori di un “salario minimo” orario da rispettare. Il rapporto è talmente insicuro che di solito lo stipendio viene pagato settimanalmente, non mensilmente.
Quando il datore di lavoro decide di interrompere il rapporto, si limita a recitare la famosa frase “You are fired” (o “You are sacked”), più o meno come farebbe un marito islamico per ripudiare la moglie. Se è molto magnanimo, vi concede mezz'ora per raccogliere i vostri stracci (anche per non incorrere nel reato di furto nei vostri confronti) e poi vi fa buttar fuori dalla sede aziendale dagli operatori della Security. Deve solo pagarvi per il tempo che avete lavorato per lui.
Nello stesso modo, tuttavia, il dipendente che decide di lasciare l'azienda, deve solo darne notizia al datore di lavoro, di solito con qualche giorno di anticipo. Se non avverte per tempo, perde gli ultimi giorni di paga. Fine della complessità burocratica.
Questo modo di gestire il rapporto di lavoro è il riflesso di una concezione culturale molto precisa. Per gli economisti classici (che, ricordiamolo ancora, erano tra gli ispiratori di Benito Mussolini), il dipendente deve considerarsi soddisfatto dello stipendio che percepisce in cambio del suo lavoro. Non gli è dovuto nient'altro. L'azienda appartiene unicamente al padrone, che la gestisce senza dover rendere conto di niente ai suoi dipendenti.
La storia europea dal 1945 ad oggi ha però dimostrato che le cose non sono affatto così semplici. In particolare, il lavoratore non può considerarsi completamente soddisfatto del suo stipendio come compensazione del lavoro che fornisce all'azienda. Non può esserlo perchè da quello stipendio dipende tutta la sua vita. Licenziarlo equivale a buttarlo sul lastrico, insieme alla sua familia. Il lavoro diventa quindi inevitabilmente un “bene comune”, più o meno come l'acqua che scorre dai rubinetti e l'aria che respiriamo.
Da questa visione del lavoro, inteso come risorsa comune, nasce gran parte della ideologia della sinistra e gran parte dell'azione dei sindacati. Tutto il secondo dopoguerra è sostanzialmente una lunga strada, irta di ostacoli, per arrivare ad asserire questo principio. In Italia, questa visione del lavoro come bene sociale è stata in qualche modo formalizzata con lo Statuto Dei Lavoratori, cioè la famosa Legge 300 del 20 Maggio 1970.
In Italia ed in Europa, si ritiene sostanzialmente che il lavoratore abbia il diritto, attraverso i sindacati, di vigilare sulla salute dell'impresa per cui lavora e, entro certi limiti, di intervenire sulla sua gestione. Questo diritto è la conseguenza del fatto che l'impresa, e quindi il lavoro che fornisce, rappresenta una risorsa comune, cruciale ed insostituibile, per tutti i lavoratori.
Ma dove vanno a finire i diritti dell'imprenditore? Possibile che, dopo aver investito milioni o miliardi, l'imprenditore non sia nemmeno libero di decidere in piena libertà come gestiore la sua azienda?
Siamo chiaramente di fronte ad un pesante conflitto di interessi tra le due parti. Questo conflitto di interessi è alla base del più ampio conflitto che si consuma da decenni all'interno delle nostre società tra “lavoratori” e “imprenditori”. Queste due categorie vanno accettate cum grano salis perchè tra i “lavoratori” ci sono anche i ricercatori universitari e gli stessi manager di medio e basso livello delle aziende, non solo i minatori. Sull'altro lato della barricata, molti fornai, calzolai, rappresentati, negozianti e bottegai amano considerarsi “imprenditori”.
Le leggi italiane ed europee cercano strenuamente di conciliare gli interessi di queste due parti ma, come dovrebbe essere evidente a qualunque osservatore, c'è un solo modo di risolvere realmente la questione: avere dei lavoratori che siano anche degli imprenditori. Questo è esattamente quello che avviene nelle cooperative (quelle vere, cioè quelle di “produzione e lavoro”, non le cooperative di consumatori come la Coop).
Le cooperative sono nate proprio per questo scopo ed hanno esattamente questa forma societaria: ogni “socio” deve essere anche un “lavoratore” della cooperativa. Dovrebbe bastare questo per porre fine, una volta per tutte, alle maldicenze della destra italiana a danno delle cooperative, che siano rosse, verdi o bianche.
Sfortunatamente, non tutto si può fare con delle cooperative.
Proprio per ovviare alla carenza di cooperative (e di imprenditori), soprattutto nei settori economicamente più impegnativi, molti stati europei hanno dato vita, nel secondo dopoguerra, ad una curiosa forma di “cooperativa per procura”: le grandi aziende statali come quelle dei nostri gruppi IRI ed ENI. Queste aziende erano di proprietà pubblica (statale) e sono state tenute in piedi per decenni quasi solo allo scopo di dare lavoro alla popolazione e, di conseguenza, di finanziare il consumo interno di altri beni. Al giorno d'oggi le grandi aziende statali, come era un tempo Alfa Romeo, vengono tacciate di elefantiasi e di inefficenza ma sono state proprio queste le aziende che hanno permesso all'Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale di diventare la quinta potenza economica mondiale in meno di 20 anni. Il declino economico dell'Italia è iniziato proprio in coincidenza dello smantellamento di questi colossi, nei primi anni settanta. Potete leggere “La scomparsa dell'Italia industriale” di Luciano Gallino (Einaudi) per convincervene.
Tutto questo discorso, lascia fuori una ultima categoria di “attori” della nostra vita economica: tutti coloro che non godono di un contratto da dipendente e con non possono tuttavia considerarsi degli “imprenditori”. Mi riferisco ai piccoli esercenti, ai professionisti, ai rappresentanti ed a tutto il resto del famoso “popolo delle partite IVA”, una vasta massa di persone che, con maggiore o minore fortuna, “tira a campare” senza tutele e senza garanzie. Tra questi, di recente, abbiamo dovuto annoverare anche le vittime della riforma Treu (centrosnistra) e della riforma Biagi (centrodestra).
Cosa dovrebbero pensare queste persone dei privilegi che vengono riconosciuti ai lavoratori dipendenti e che vengono a loro negati? Perchè mai dovrebbero impietosirsi per la triste sorte di una insegnante delle scuole superiori? Perchè mai dovrebbero essere disponibili a pagare delle tasse per garantire alla signora in questione dei privilegi che a loro sono negati?
Anche in questo caso, siamo di fronte ad un conflitto di interessi tra le parti. Meno ovvio e meno aspro del precedente ma pur sempre difficile da sanare.
Personalmente, credo che se si vuole affrontare seriamente il tema del lavoro, si debbano tenere presenti le seguenti linee guida.
- Il lavoratore dipendente deve tornare ad esercitare il suo legittimo potere di vigilanza e di partecipazione alla gestione aziendale attraverso l'azione dei sindacati. Questo è indispensabile per garantire che le aziende operino (anche) a tutela dei propri dipendenti e della intera popolazione e non solo nell'interesse degli investitori (che sono sempre più spesso stranieri). Questo ruolo dei lavoratori dovrebbe essere addirittura esteso e formalizzato da apposite leggi.
- L'imprenditore deve vedere riconosciuto il ruolo sociale che riveste. Come questo possa essere realizzato dovrebbe essere argomento di discussione pubblica. Non è improbabile che ne riparli io stesso su queste pagine.
- Il lavoratore autonomo (il titolare di una “ditta individuale”) deve ottenere diritti e garanzie paragonabili a quelle del lavoratore dipendente, a partire da uno stipendio minimo di solidarietà e da un trattamento sanitario e pensionistico decenti. Diversamente, non ci si potrà stupire se questa categorie di persone non mostrerà mai una forte inclinazione alla solidarietà sociale.
- Lo stato deve tornare a svolgere la sua azione di imprenditore e di datore di lavoro, come ha fatto per decenni. Era un modello di sviluppo valido e non c'è motivo di pensare che non lo possa essere ancora. Le leggi europee sull'antitrust impediscono agli stati membri di soccorrere le aziende private in difficoltà ma non impediscono agli stati di essere anche imprenditori. Molti degli stati membri sfruttano a fondo questa possibilità.
Per fare tutto questo, naturalmente ci vogliono soldi, molti soldi. Come procurarseli, a livello di nazione, sarà argomento di un prossimo articolo.