“Liberi liberi siamo noi
però liberi da che cosa “
“Liberi, Liberi” – Vasco Rossi – 1989
L’uso della parola libertà
Lo slogan di Forza Italia recita:
“Donne e uomini liberi, che vogliono restare liberi”
Il nome di partito che Michela Brambilla ha registrato in questi giorni (come se fosse il nome di un nuovo profumo) è “Partito della Libertà”.
Un uso così esteso ed insistente della parola libertà negli slogan dei partiti della destra dovrebbe indurre i lettori più accorti a qualche riflessione. La destra, infatti, è sempre stata identificata con l’ordine e la disciplina, non con la libertà. La libertà è tradizionalmente un valore della sinistra. Come mai, allora, la destra ha deciso di farlo proprio?
Chi ha avuto qualche esperienza di vendita lo avrà già capito da solo: l’idea della libertà “fa vendere”. Noi tutti passiamo gran parte della nostra esistenza impegnati nel tentativo di liberarci di qualche vincolo, di qualche limite o di qualche obbligo. Vogliamo liberarci dai vincoli che ci impone la nostra relativa povertà economica. Vogliamo liberarci dall’obbligo di presentare la denuncia dei redditi. Vogliamo liberarci del capoufficio o della suocera. Il miglioramento della nostra vita si ottiene spesso attraverso un aumento della nostra libertà di agire, cioè del nostro potere decisionale. Non c’è quindi da stupirsi se la parola libertà ricorre spesso negli slogan di un partito che è nato come nasce abitualmente una nuova linea di occhiali da sole e che viene venduto ai suoi sostenitori nello stesso modo.
Le folle oceaniche che inneggiano a Silvio Berlusconi dimostrano però che non si tratta solo di questo. Il desiderio di libertà è fortemente radicato negli elettori della destra. In cosa consiste il loro desiderio? Vogliono essere liberi ma liberi da che cosa?
Gli osservatori più attenti lo avranno già capito: vogliono essere liberi da una serie di vincoli legali. Lo ha dimostrato ampiamente Silvio Berlusconi in tutte le occasioni in cui si è trovato al governo del paese. Uno degli casi più eclatanti è stata, ad esempio, la legge sul falso in bilancio. Berlusconi ha sostanzialmente depenalizzato un reato che consiste nel raccontare delle menzogne alle persone che investono soldi in una attività economica. In pratica, ha liberato i manager delle aziende dall’obbligo di raccontare la verità ai loro creditori.
La libertà che queste persone vogliono ottenere consiste nella libertà di depredare impunemente i loro simili (cioè noi) e di razziare le risorse comuni del paese (il territorio, le risorse naturali, etc.).
C’è sempre qualcuno che ci guadagna
Può sembrare assurdo che si possa accusare qualcuno di lavorare intenzionalmente e sistematicamente a danno del “bene comune” ma non è così. La ragione è ovvia: non sempre il bene comune coincide con il bene di chi prende l’iniziativa e di chi può prendere le decisioni che contano. Il bene comune dei pazienti di un ospedale non coincide quasi mai con il bene personale dei dirigenti dello stesso ospedale. Non c’è quindi da stupirsi se questi stessi dirigenti possono essere tentati di prendere decisioni che danneggiano i pazienti ma permettono a loro stessi di arricchirsi. L’unica vera ragione per cui non dovrebbero farlo è il timore di essere colti in fallo e denunciati. Un timore che, non per caso, in Italia è quasi inesistente.
Quattro milioni di aziende
In Italia esiste una grande quantità di aziende, circa quattro milioni. Si tratta della percentuale più alta in Europa, molto vicina al patologico standard americano. Circa la metà di queste aziende è sostanzialmente in perdita o guadagna appena il necessario per far sopravvivere i loro proprietari e gestori. Questa situazione è la conseguenza di una mancata evoluzione del sistema economico italiano. L’imprenditoria italiana non ha saputo sfruttare il boom economico degli anni ‘60 per creare una struttura solida e duratura. Le nostre aziende non sono riuscite a crescere ed a consolidarsi e, una dopo l’altra, hanno chiuso, a causa della pressione esercitata dalla concorrenza internazionale. La loro chiusura ha gettato sul mercato una enorme quantità di persone che hanno dovuto arrangiarsi, senza poter contare sull’aiuto dello Stato. Queste persone sono i titolari di gran parte di quelle partite IVA.
Non c’è da stupirsi che queste persone non abbiano nessuna voglia di fare i conti con gli innumerevoli obblighi che prevede la gestione onesta e tecnicamente corretta di una azienda. Non si tratta di veri imprenditori ma solo di disperati che lottano per sopravvivere. Normalmente non hanno un prodotto appetibile da vendere e devono arrangiarsi con una infinita sequenza di vendite forzate. Detto in altri termini, sono costretti molto spesso a “fregare” il prossimo ed a non pagare le tasse per mettere insieme il pranzo con la cena.
Francamente, è del tutto inutile fare loro la paternale. Sanno benissimo come stanno le cose e sanno altrettanto bene che non è stata una loro scelta.
A questi si aggiungono i veri furbi, quelli che hanno molti soldi da investire e che approfittano del clima di generale impunità che vige nel paese per far i loro comodi a danno dei loro simili. I famosi “furbetti del quartierino” sono stati un esempio da manuale di questa logica. Tra di loro, c’è stata gente che pagava i direttori di banca per farli lavorare al loro servizio. Questi “imprenditori” versavano ai direttori di banca compiacenti una parte dei guadagni che accumulavano speculando in borsa ed usavano i loro servizi per scaricare sui piccoli investitori le loro perdite.
Cinquant’anni di malaffare
Silvio Berlusconi non è certo né il primo né l’unico esempio di Presidente del Consiglio che promuove leggi discutibili. L’Italia è stata governata, tra il 1947 ed il 1994, quasi ininterrottamente dalla Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti e dai Socialisti di Bettino Craxi. Come è noto, Giulio Andreotti è stato riconosciuto “colluso con la mafia” almeno fino a tutta la primavera del 1980 (reato caduto in prescrizione, per cui Andreotti l’ha passata liscia). Craxi ha dovuto scappare ad Hammamet per non finire in galera.
Mezzo secolo di malgoverno poteva solo avere degli effetti devastanti su un paese già fragile come il nostro. Infatti, ora siamo stabilmente in coda a tutte le classifiche positive esistenti, a partire da quella sul reddito, ed in testa a tutte le classifiche negative, a partire da quelle sulla impunità dei reati.
I vincoli che liberano
Ormai è evidente a tutti che ciò di cui ha bisogno questo paese, ed ognuno di noi individualmente, non è una ulteriore iniezione di libertà, intesa come libertà di razziare e di depredare. Ciò di cui noi tutti abbiamo bisogno (inclusi i mafiosi, i furbetti del quartierino ed i politici corrotti) è una lunga serie di garanzie. Ci occorrono delle garanzie sui nostri investimenti. Ci occorrono delle garanzie sulla nostra sicurezza personale e sulla sicurezza delle nostre proprietà. Ci occorrono delle garanzie sul corretto comportamento degli amministratori pubblici. Ovviamente, ciò che è una garanzia per noi è necessariamente un vincolo per qualcun altro. Sono vincoli che liberano noi tutti dalla necessità di guardarci le spalle e di sbranarci l’un l’altro per sopravvivere.
Vincoli di questo tipo sono una necessità inevitabile oltre un certo livello di sviluppo di un paese. Lo sanno benissimo anche i mafiosi che, infatti, vengono a vivere ed a investire nel nord Italia e nel centro Europa, dove possono avere queste garanzie, mentre sostengono attivamente questa insana libertà di razziare nel sud, dove raccolgono i loro soldi con le loro attività criminali.
Alessandro Bottoni