Maggio 2006


Skippable Prologue

Sabato notte sono rimasto in piedi fino all 3 del mattino a discutere di politica con un vecchio amico che, disgraziatamente, è anche un convinto sostenitore di Berlusconi. Nel corso della discussione è emerso chiaramente come l'immagine che percepisce della Sinistra questo mio amico (e, immagino, come lui gran parte del centro-destra) sia molto lontana da quella che ne percepisco io (e, spero, gran parte della Sinistra italiana del momento). A questo punto, mi sembra opportuno dedicare una breve serie di articoli ad un aggiornamento sulla “Ideologia Comunista”. Questo primo articolo è dedicato al “diritto di proprietà”. Ne seguiranno altri dedicati al collettivismo, alla lotta di classe, alla rivoluzione e via dicendo. Sono quasi certo del fatto che questi articoli provocherano la reazione indignata di una parte dei Compagni. Non posso fare altro che invitarli a dire la propria opinione sia su questo sito, aggiungendo un commento all'articolo, che nella mailing list associata.

Nel leggere il seguito, tenete presente che qui il termine “comunista” ha quasi sempre il significato generico che gli attribuisce Silvio Berlusconi: qualunque cosa che osi mettere in discussione il diritto di vita e di morte del capitalista/feudatario sui suoi dipendenti/clienti/sudditi.

Il Diritto di Proprietà

Com'è noto, l'ideologia comunista classica mette in discussione il diritto del cittadino di possedere dei beni. Questo è il principale motivo per cui la stragrande maggioranza degli italiani rabbrividisce al solo pensiero di un “regime” comunista. L'idea che possa essere “espropriato” della propria casa, della propria auto e dei propri risparmi terrorizza l'italiano medio. E lo terrorizza giustamente.

Ma davvero i comunisti vogliono portarvi via la casa, l'auto, i mobili, i vestiti ed il cibo, lasciandovi nudi in mezzo alla strada, con una mano davanti e l'altra di dietro? (E poi, a chi dovrebbero essere “trasferiti” i vostri beni?)

Qualcuno lo troverà strano ma i comunisti non hanno nessuna intenzione di fare una cosa del genere. Per essere più esatti, non l'hanno mai avuta. Nemmeno Karl Marx in persona ha mai avuto intenzione di derubare in questa maniera i cittadini di una qualunque nazione.

Già nella versione “classica” dell'ideologia comunista, quella Marxista, il problema della proprietà privata si poneva solo (ripeto: solo) per la proprietà dei mezzi di produzione, cioè riguardava solo la proprietà di strumenti, macchinari, aziende e fabbriche utili alla produzione di un reddito “da impresa”, o “da capitale”. Né Marx né la stragrande maggioranza dei comunisti vissuti tra il 1830 ed il 2000 si sono mai sognati di mettere il discussione la proprietà dei beni personali del cittadino (casa, auto, vestiti e via dicendo). Ne è una chiara dimostrazione il fatto che persino nella Russia stalinista è sempre esistito il reato di furto, un reato che non potrebbe essere contestato in una società in cui il cittadino non è mai realmente proprietario dei propri beni. Nello stesso modo, ne è una chiara dimostrazione il fatto che persino nella Russia stalinista e nella Cina maoista, per entrare in possesso di un auto è sempre stato necessario pagarla (oltre ad avere una autorizzazione ad acquistarla). A questa regola c'è stata, per molti anni, la sola eccezione della casa che, sia nella Russia sovietica che in molti altri paesi comunisti, era possibile affittare da appositi organi statali ma non acquistare. Questa eccezione aveva delle precise ragioni di esistere, come vedremo nel seguito.

Se lasciamo perdere per un attimo alcune tragiche degenerazioni del comunismo, come quella Cambogiana di Pol Pot (che discuteremo in un altro articolo), possiamo dire che sia sul piano filosofico che sul piano pratico, i comunisti non si sono mai presi la briga di sottrarre al cittadino medio quello che gli serviva per vivere. Anzi: in molti casi hanno provveduto a fornirglielo!

Ma allora, da dove nasce questa leggenda?

Nasce, indirettamente, da una delle intuizioni più interessanti di Karl Marx, quella del “plusvalore” (noi lo potremmo chiamare “valore aggiunto”). Analizzando il funzionamento dell'economia capitalistica, e rileggendo gli studi degli economisti classici come Adam Smith, Karl Marx si rese conto di un fatto inquietante: i soldi non soltanto soldi, sono anche potere. Potere di decidere, potere di influenzare, potere di ricattare, potere di condizionare. In altri termini, il potere economico è anche potere politico, un potere politico che grava su tutti i cittadini e che si contrappone apertamente a quello dello Stato (un fatto, questo, che dovrebbe essere abbastanza evidente al giorno d'oggi).

Ogni volta che noi acquistiamo un bene qualunque da un negozio, ad esempio un paio di scarpe, trasferiamo una parte non irrilevante del nostro potere economico (che è anche un “potere di scelta”) al negoziante. Il negoziante, a sua volta lo trasferisce al produttore. Il produttore ed il negoziante accumulano una grande quantità di questi piccoli trasferimenti e, una volta tolti i costi di produzione e di commercializzazione, si ritrovano con una certa quantità di capitale che può essere usato in vari modi. Ad esempio, il produttore può usare questo capitale per acquistare nuove macchine, ed in questo modo esercita il suo “potere di scelta” nei confronti di altri venditori e produttori, arrivando magari a condizionarli od a ricattarli (chiunque abbia a che fare con grossi clienti sa benissimo di cosa sto parlando). Oppure può usare questo denaro per influenzare qualche uomo politico o per corrompere un amministratore pubblico. Può anche usare questo denaro per sovvenzionare partiti politici autoritari, come fecero i Krupp nei confronti di Adolf Hitler e la Confindustria nei confronti di Benito Mussolini. Infine, può usare questo denaro per acquistare la casa in cui abitiamo e aumentarci l'affitto. Oppure potrebbe acquistare l'acquedotto da cui ci riforniamo e lasciarci letteralmente a bocca asciutta se non accettiamo le sue “condizioni di fornitura”, qualunque esse siano.

In altri termini, la piccola quantità di soldi che trasferiamo quotidianamente ai “capitalisti”, sommata alle piccole somme versate dai nostri concittadini, può essere usata contro di noi.

Che questo sia vero, dovrebbe essere un fatto evidente a chiunque non chiuda gli occhi per non vedere. Nel mondo occidentale siamo sostanzialmente costretti a sovvenzionare con i nostri soldi le grandi aziende del petrolio che, per ringraziarci, tarpano le ali a qualunque progetto di energia alternativa che potrebbe liberarci dalla schiavitù nei loro confronti e dai gas di scarico. Nel resto del mondo, i soldi raccolti con la produzione industriale ed il commercio vengono usati spesso per sovvenzionare delle atroci dittature, come è successo con i vari governi fantoccio che gli americani hanno creato e sovvenzionato nel sudamerica per decenni (Argentina, Cile, etc.).

Una cosa molto simile avviene quando lavoriamo. Per ovvie ragioni, ogni lavoratore dipendente viene pagato, in media, meno di quanto “vale” per l'azienda. Se così non fosse, l'azienda chiuderebbe. La differenza tra quanto il dipendente riceve e quanto il capitalista ricava è appunto il “plusvalore” di Karl Marx. Questo vuol dire che ogni lavoratore, con il sudore della propria fronte, contribuisce a far arricchire il datore di lavoro (anche dopo aver messo nel conto lo stipendio e tutti i benefit). Il datore di lavoro può usare questi soldi negli stessi modi che abbiamo citato in precedenza e, in aggiunta, può anche usarli come strumento di forza nelle contrattazioni sindacali contro il lavoratore stesso. Il datore di lavoro, forte dei soldi che il lavoratore gli ha fatto guadagnare, può aspettare più a lungo del lavoratore durante uno sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro. Se del caso, può usare i propri soldi per sostenere cause in tribunale, per corrompere pubblici ufficiali e per condizionare uomini politici. Tutto questo grazie ai soldi sottratti al lavoratore.

Questo è il motivo per cui Marx, ed i comunisti in generale, sono sempre stati avversi alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Permettere ad un privato cittadino di arricchirsi attraverso il commercio o l'industria vuol dire permettergli di acquisire un potere proporzionale ai soldi che riesce ad accumulare, un potere che quasi mai verrà usato a vantaggio del cittadino o della società. Soprattutto, un potere molto difficile da controllare e che può facilmente finire nella mani di uno psicopatico.

Purtroppo, l'approcio “radicale” dei comunisti classici al problema della proprietà privata ha portato alla situazione che noi tutti ben conosciamo: nella Russia dei Soviet e nella Cina maoista il privato cittadino si è trovato schiacciato in una esistenza misera e priva di speranze, condizionata dall'umore dei funzionari di partito. In quei paesi, infatti, la proprietà privata dei mezzi di produzione era semplicemente vietata per legge. Con essa era vietata, di fatto, anche qualunque speranza di arricchimento personale e di miglioramento delle condizioni di vita. Questo modello di società è stato così pesante da sopportare che è miseramente crollato sotto il peso del proprio grigiore nel 1989. Il comunismo “classico” è fallito.

Si, avete capito bene: il comunismo è fallito. E' fallito davvero. Non abbiamo “capito male”. Non c'è stata una “erronea interpretazione dei fatti”. Non è una “crisi passeggera”. Il comunismo tradizionale, quello sovietico, è proprio fallito in modo chiaro e definitivo. Non tornerà più sulla scena della storia, né tra qualche decennio né mai.

Ma allora, i comunisti come me e come molti di voi, che cazzo ci stanno a fare qui!?

Il fatto è che dai tempi di Marx ad oggi, la sua analisi del sistema economico e politico capitalista è stata più volte ripetuta e più volte corretta, fino ad arrivare ad una interpretazione molto più adatta alla nostra realtà. L'analisi neo-comunista del capitalismo è oggi uno strumento concettuale molto raffinato per lo studio dell'economia e della vita politica dei nostri paesi. In particolare, si tratta di uno strumento filosofico molto più raffinato e molto più convincente degli strumenti filosofici proposti dagli economisti neo-classici (quelli a cui si ispirano George W. Bush, William Blair e Silvio Berlusconi).

Ma cosa dice questa analisi di diverso da Marx?

Sostanzialmente, dice che il vero problema non sono i soldi in sé, ma il potere che producono. Non si tratta quindi di impedire alla gente di arricchirsi, come avveniva nella Russia sovietica, ma piuttosto si tratta di impedire ai “ricchi” di usare i loro soldi a danno dei più deboli e/o della società nel suo complesso. Per ottenere questo risultato, i “neo-comunisti” ritengono che sia necessario usare un insieme piuttosto articolato di strumenti. Ne cito qui di seguito soltanto alcuni tra i più fondamentali.

La Legge

Ovviamente, il principale strumento di controllo è la Legge. In tutti gli stati del mondo, l'operato di aziende, manager e capitalisti è sottoposto a precise regole di comportamento. Per essere più esatti, laddove lo stato è più “di destra” (“più capitalista”, “più liberista” o “più neo-classico”) le leggi che controllano l'operato di aziende e capitalisti sono più rigorose e vengono fatte rispettare in modo più deciso. Non è un caso se in USA si finsce in galera per decenni per un falso in bilancio mentre in Italia ce la si può cavare con una tirata d'orecchi. Se si decide di lasciare “mano libera” agli imprenditori, è indispensabile controllarne l'operato in questo modo. Diversamente i grandi capitalisti finirebbero per fagocitare lo Stato entro breve tempo.

Le Cooperative

Le cooperative permettono di ottenere due effetti molto utili nella lotta contro lo strapotere delle aziende e dei capitalisti: liberano il lavoratore dalla sua abituale dipendenza nei confronti del capitalista/datore-di-lavoro e fanno concorrenza alle aziende capitalistiche, contribuendo a calmierare i prezzi e ad arginare il loro potere sul mercato. Per questo i grandi capitalisti sono tradizionalmente avversi alle cooperative, anche quando queste cooperative sono ormai diventate “imprese” a tutti gli effetti.

Lo Stato Imprenditore

Un altro modo di fare concorrenza alle aziende capitalistiche classiche, limitandone il peso sul mercato, è quello di creare aziende “pilota” con fondi statali. Questa è la strada che è stata seguita per decenni da quasi tutti gli stati europeri. In Italia abbiamo avuto l'IRI, l'IMI, l'EFIM e l'ENI a svolgere questo ruolo. Attualmente questa strada è stata quasi del tutto abbandonata (attraverso la famigerata opera di “privatizzazione”) portando agli sfaceli che sono sotto gli occhi di tutti (TreniItalia, Telecom, etc.). Per molti neo-comunisti come me, rimane la speranza di un saggio ripensamento da parte delle società occidentali.

I punti precedenti rendono evidente un fatto importante: per i “comunisti” di oggi è fondamentale avere uno Stato forte, capace di misurarsi con le grandi aziende (e con la criminalità organizzata che spesso “confina” con esse), di imporre la propria volontà su di esse di proteggere i cittadini dal loro strapotere. Si può certamente accusare i comunisti di essere “statalisti” e “centralisti”. Viceversa, non li si può certo accusare di non sapersi difendere dai pericoli insiti nella vita economica e politica dell'occidente.

La Libera Concorrenza

Ovviamente, il modo più naturale di limitare lo strapotere di una azienda è quello di contrapporle un'azienda analoga che operi nello stesso settore. Questo non è sempre facile ma è certamente un obiettivo da perseguire.

Come è possibile vedere da quanto abbiamo appena detto, la posizione ideologica della Sinistra è ormai molto vicina a quella della social-democrazia europea, cioè è molto vicina a quella che è, di fatto, la “ideologia ufficiale” del mondo occidentale (USA esclusi). Le proposte di intervento in campo economico e politico di molti comunisti di oggi sono quasi indistinguibili dalle proposte di molti funzionari della Comunità Europea o di molte istituzioni americane, a partire dall'Antitrust.

Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra neo-comunisti e funzionari europei: per i neo-comunisti il controllo dello strapotere delle aziende e dei capitalisti non è soltanto un problema di legalità e di concorrenza. Per i neo-comunisti, questo controllo è anche lo strumento fondamentale per poter conquistare la “giustizia sociale” (in buona sostanza: un diffuso benessere), la pace e la libertà. Si tratta quindi di un vero valore politico ed ideologico. Come tale, si tratta di un valore non contrattabile e non discutibile.

Secondo gli economisti “classici” o “neo-classici” (quelli a cui si ispirano apertamente sia George W. Bush che Silvio Berlusconi, e che sono sostanzialmente gli stessi a cui si ispiravano apertamente Benito Mussolini, Francisco Franco e Augusto Pinochet), il rapporto che esiste tra un lavoratore dipendente ed il suo datore di lavoro dovrebbe essere identico a quello che esiste tra voi ed il vostro fornaio, cioè un semplice “contratto di fornitura tra privati”.

Questa è infatti la forma contrattuale che aquisisce abitualmente il “rapporto di lavoro” in buona parte degli USA, che non a caso sono la patria stessa del neo-classicismo in economia. Negli USA, il potenziale datore di lavoro ed il potenziale dipendente si incontrano, stabiliscono liberamente i termini del loro rapporto, firmano un contratto ed iniziano a lavorare insieme. Solitamente non ci sono leggi che impongano condizioni particolari, al di fuori di un “salario minimo” orario da rispettare. Il rapporto è talmente insicuro che di solito lo stipendio viene pagato settimanalmente, non mensilmente.

Quando il datore di lavoro decide di interrompere il rapporto, si limita a recitare la famosa frase “You are fired” (o “You are sacked”), più o meno come farebbe un marito islamico per ripudiare la moglie. Se è molto magnanimo, vi concede mezz'ora per raccogliere i vostri stracci (anche per non incorrere nel reato di furto nei vostri confronti) e poi vi fa buttar fuori dalla sede aziendale dagli operatori della Security. Deve solo pagarvi per il tempo che avete lavorato per lui.

Nello stesso modo, tuttavia, il dipendente che decide di lasciare l'azienda, deve solo darne notizia al datore di lavoro, di solito con qualche giorno di anticipo. Se non avverte per tempo, perde gli ultimi giorni di paga. Fine della complessità burocratica.

Questo modo di gestire il rapporto di lavoro è il riflesso di una concezione culturale molto precisa. Per gli economisti classici (che, ricordiamolo ancora, erano tra gli ispiratori di Benito Mussolini), il dipendente deve considerarsi soddisfatto dello stipendio che percepisce in cambio del suo lavoro. Non gli è dovuto nient'altro. L'azienda appartiene unicamente al padrone, che la gestisce senza dover rendere conto di niente ai suoi dipendenti.

La storia europea dal 1945 ad oggi ha però dimostrato che le cose non sono affatto così semplici. In particolare, il lavoratore non può considerarsi completamente soddisfatto del suo stipendio come compensazione del lavoro che fornisce all'azienda. Non può esserlo perchè da quello stipendio dipende tutta la sua vita. Licenziarlo equivale a buttarlo sul lastrico, insieme alla sua familia. Il lavoro diventa quindi inevitabilmente un “bene comune”, più o meno come l'acqua che scorre dai rubinetti e l'aria che respiriamo.

Da questa visione del lavoro, inteso come risorsa comune, nasce gran parte della ideologia della sinistra e gran parte dell'azione dei sindacati. Tutto il secondo dopoguerra è sostanzialmente una lunga strada, irta di ostacoli, per arrivare ad asserire questo principio. In Italia, questa visione del lavoro come bene sociale è stata in qualche modo formalizzata con lo Statuto Dei Lavoratori, cioè la famosa Legge 300 del 20 Maggio 1970.

In Italia ed in Europa, si ritiene sostanzialmente che il lavoratore abbia il diritto, attraverso i sindacati, di vigilare sulla salute dell'impresa per cui lavora e, entro certi limiti, di intervenire sulla sua gestione. Questo diritto è la conseguenza del fatto che l'impresa, e quindi il lavoro che fornisce, rappresenta una risorsa comune, cruciale ed insostituibile, per tutti i lavoratori.

Ma dove vanno a finire i diritti dell'imprenditore? Possibile che, dopo aver investito milioni o miliardi, l'imprenditore non sia nemmeno libero di decidere in piena libertà come gestiore la sua azienda?

Siamo chiaramente di fronte ad un pesante conflitto di interessi tra le due parti. Questo conflitto di interessi è alla base del più ampio conflitto che si consuma da decenni all'interno delle nostre società tra “lavoratori” e “imprenditori”. Queste due categorie vanno accettate cum grano salis perchè tra i “lavoratori” ci sono anche i ricercatori universitari e gli stessi manager di medio e basso livello delle aziende, non solo i minatori. Sull'altro lato della barricata, molti fornai, calzolai, rappresentati, negozianti e bottegai amano considerarsi “imprenditori”.

Le leggi italiane ed europee cercano strenuamente di conciliare gli interessi di queste due parti ma, come dovrebbe essere evidente a qualunque osservatore, c'è un solo modo di risolvere realmente la questione: avere dei lavoratori che siano anche degli imprenditori. Questo è esattamente quello che avviene nelle cooperative (quelle vere, cioè quelle di “produzione e lavoro”, non le cooperative di consumatori come la Coop).

Le cooperative sono nate proprio per questo scopo ed hanno esattamente questa forma societaria: ogni “socio” deve essere anche un “lavoratore” della cooperativa. Dovrebbe bastare questo per porre fine, una volta per tutte, alle maldicenze della destra italiana a danno delle cooperative, che siano rosse, verdi o bianche.

Sfortunatamente, non tutto si può fare con delle cooperative.

Proprio per ovviare alla carenza di cooperative (e di imprenditori), soprattutto nei settori economicamente più impegnativi, molti stati europei hanno dato vita, nel secondo dopoguerra, ad una curiosa forma di “cooperativa per procura”: le grandi aziende statali come quelle dei nostri gruppi IRI ed ENI. Queste aziende erano di proprietà pubblica (statale) e sono state tenute in piedi per decenni quasi solo allo scopo di dare lavoro alla popolazione e, di conseguenza, di finanziare il consumo interno di altri beni. Al giorno d'oggi le grandi aziende statali, come era un tempo Alfa Romeo, vengono tacciate di elefantiasi e di inefficenza ma sono state proprio queste le aziende che hanno permesso all'Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale di diventare la quinta potenza economica mondiale in meno di 20 anni. Il declino economico dell'Italia è iniziato proprio in coincidenza dello smantellamento di questi colossi, nei primi anni settanta. Potete leggere “La scomparsa dell'Italia industriale” di Luciano Gallino (Einaudi) per convincervene.

Tutto questo discorso, lascia fuori una ultima categoria di “attori” della nostra vita economica: tutti coloro che non godono di un contratto da dipendente e con non possono tuttavia considerarsi degli “imprenditori”. Mi riferisco ai piccoli esercenti, ai professionisti, ai rappresentanti ed a tutto il resto del famoso “popolo delle partite IVA”, una vasta massa di persone che, con maggiore o minore fortuna, “tira a campare” senza tutele e senza garanzie. Tra questi, di recente, abbiamo dovuto annoverare anche le vittime della riforma Treu (centrosnistra) e della riforma Biagi (centrodestra).

Cosa dovrebbero pensare queste persone dei privilegi che vengono riconosciuti ai lavoratori dipendenti e che vengono a loro negati? Perchè mai dovrebbero impietosirsi per la triste sorte di una insegnante delle scuole superiori? Perchè mai dovrebbero essere disponibili a pagare delle tasse per garantire alla signora in questione dei privilegi che a loro sono negati?

Anche in questo caso, siamo di fronte ad un conflitto di interessi tra le parti. Meno ovvio e meno aspro del precedente ma pur sempre difficile da sanare.

Personalmente, credo che se si vuole affrontare seriamente il tema del lavoro, si debbano tenere presenti le seguenti linee guida.

  1. Il lavoratore dipendente deve tornare ad esercitare il suo legittimo potere di vigilanza e di partecipazione alla gestione aziendale attraverso l'azione dei sindacati. Questo è indispensabile per garantire che le aziende operino (anche) a tutela dei propri dipendenti e della intera popolazione e non solo nell'interesse degli investitori (che sono sempre più spesso stranieri). Questo ruolo dei lavoratori dovrebbe essere addirittura esteso e formalizzato da apposite leggi.
  2. L'imprenditore deve vedere riconosciuto il ruolo sociale che riveste. Come questo possa essere realizzato dovrebbe essere argomento di discussione pubblica. Non è improbabile che ne riparli io stesso su queste pagine.
  3. Il lavoratore autonomo (il titolare di una “ditta individuale”) deve ottenere diritti e garanzie paragonabili a quelle del lavoratore dipendente, a partire da uno stipendio minimo di solidarietà e da un trattamento sanitario e pensionistico decenti. Diversamente, non ci si potrà stupire se questa categorie di persone non mostrerà mai una forte inclinazione alla solidarietà sociale.
  4. Lo stato deve tornare a svolgere la sua azione di imprenditore e di datore di lavoro, come ha fatto per decenni. Era un modello di sviluppo valido e non c'è motivo di pensare che non lo possa essere ancora. Le leggi europee sull'antitrust impediscono agli stati membri di soccorrere le aziende private in difficoltà ma non impediscono agli stati di essere anche imprenditori. Molti degli stati membri sfruttano a fondo questa possibilità.

Per fare tutto questo, naturalmente ci vogliono soldi, molti soldi. Come procurarseli, a livello di nazione, sarà argomento di un prossimo articolo.